Intervista ad Alessandro Izzi

 

Buon pomeriggio a tutti e ben ritrovati nel nostro salotto culturale dove oggi abbiamo l’onore di avere il vincitore della sezione Poesia dell’ultimo concorso de L’imago della parola: Alessandro Izzi. Benvenuto di nuovo tra noi…

 

Grazie e buon pomeriggio a tutti.

Parliamo della tua splendida poesia vincitrice che affronta un tema molto scottante, quello dei migranti. Il tuo messaggio è molto forte, quale deve essere, secondo te, l'approccio giusto per trattare questi temi facendo arte?

Il tema delle migrazioni tocca il cuore stesso del senso del nostro essere in Europa. Affrontarlo significa mettere il dito su una ferita aperta che è al tempo stesso politica, morale e filosofica, con tutte le contraddizioni che queste varie facce della stessa medaglia si portano dietro. Troppo facile mettersi in bocca generici proclami di finta compassione verso chi sembra essere venuto qui per raccogliere pomodori a pochi centesimi l’ora, se poi, smessi gli abiti del poeta, andiamo al mercato a comprare i pomodori che costano di meno, fingendo di non conoscere i motivi di quel prezzo così basso. Con Trenodia migrante ho cercato di porre l’accento prima di tutto su queste contraddizioni. Ho cercato di raccontare, contrapponendoli tra loro, lo smarrimento di chi, venendo qui, cerca di capire il senso di quel limite invisibile che lo marca a noi straniero, e la sicumera di chi, invece, dalla sua posizione privilegiata, usa questo traffico di genti per consolidare quello che nel testo ho chiamato: “il dritto o torto dei nostri quotidiani proclami elettorali”.

 


Perché hai voluto mettere come titolo un canto funebre e una parola desueta come trenodia?

 

L’ho fatto per ricollegare il tema delle migrazioni alle sue radici più lontane. L’uomo è migrante per natura. Lo è sempre stato, da ben prima dei tempi dell’antica Grecia cui alludono parole come “trenodia” o “talassocrazia”. Riferire la poesia all’ellenismo, però, crea un ponte con la risposta più utopica e bella che è stata data dall’Uomo occidentale al fenomeno migratorio: l’obbligo dell’accoglienza. Ad Atene l’ospitalità era sacra agli dèi. Non aveva importanza chi arrivasse e da dove, né contavano i motivi del suo viaggio, l’unica cosa che importava era che, non appena un ospite bussava alla nostra casa, era necessario aprire la porta. Basti rileggere l’Alcesti di Euripide per rendersi conto di quanto quest’obbligo fosse profondamente radicato nella cultura greca. Ma è anche un tema che, in qualche modo, ritorna nella visione cristiana del buon samaritano, di colui che aiuta l’altro senza chiedersi perché. Chissà se è un caso che la parola “ospite” sia enantiosemica, contenendo in sé due significati opposti: chi ospita e chi è ospitato. La Trenodia, come canto dei defunti, infine, rende il senso di marcia funebre, di viaggio musicale in un lutto impossibile da elaborare, quello per la persona sconosciuta che dovremmo amare e che, invece, ci fa paura.

 

A conferma del tuo intrigante eclettismo, ultimamente hai pubblicato un libro di racconti fantasy. Parlaci un po' di quello e di com'è nata l'idea...

 “Häxan. Storie di stregonerie e di altre mal assortite anomalie” parte da una suggestione molto lontana. Häxan è una parola svedese che, tradotta, significa “la strega”, ma è anche il titolo di un capolavoro di Benjamin Christensen del 1922, un vero e proprio film-saggio, in qualche modo legato alle ombre dell’espressionismo tedesco, composto da vari segmenti narrativi, ciascuno afferente a un genere narrativo diverso: dal documentario, al drammatico, dall’horror al fantastico. Il mio libro insegue un’analoga struttura, un identico modo di concepire il proprio stesso palinsesto. Nel libro si trovano così, posti uno accanto all’altro, un racconto horror e uno più genericamente fantastico, un testo legato alla tradizione del realismo magico e una novella più psicologica, sino ad arrivare addirittura alla fantascienza. L’idea di fondo era fare in modo che da questo caleidoscopio di stili e ambientazioni emergesse una precisa idea del femminile.

La donna come perturbante, insomma, come motore primo della narrazione, ma anche come fine verso cui tendere. Soprattutto la donna come mistero insondabile, come forza creatrice e come principio possibile di distruzione. Tutto ruota, quindi, intorno, a varie declinazioni dell’archetipo della stregoneria, inteso in chiave antropologica, ma anche come mero principio narrativo.

 

Si tratta di un lavoro che pensi possa avere un’impronta per una trasposizione cinematografica?

 

Molti racconti della raccolta nascono dai miei trascorsi di critico cinematografico. Häxan (che è anche il titolo di una delle storie del libro) narra ad esempio del ritrovamento della pellicola integrale del capolavoro di Christensen. Non tutte le storie hanno eguale struttura cinematica. “Cantata per voce e tamburello”, ad esempio, è la trasposizione in chiave narrativa di un monologo teatrale che ho scritto tre anni fa per un’attrice, Valentina Ferraiuolo, e mantiene, in fondo, più legami col palco che non con lo schermo. Da parte loro, racconti come “Post fata resurgo” o “Lei”, con la loro classica forma didetection, si prestano più naturalmente a diventare racconti audiovisivi. “Ballata del soldato che torna”, da parte sua, lo vedrei benissimo come cortometraggio di stile espressionista, ma potrebbe anche diventare un breve film d’animazione (di quella però, non per bambini).

 

Il tema del fantastico pensi anche di proporlo per le tue altre espressioni artistiche come la poesia?

 

La poesia in qualche modo è già “Fantastico” di suo: rappresenta sempre un punto di vista altro sul mondo. È come lo sguardo di un alieno, di una creatura magica sulle cose che ci circondano e sulle emozioni che proviamo. Da parte mia non riesco mai a dividere le cose che scrivo in comparti stagni. Nel teatro, ad esempio, lavori che ho scritto come “La valigia dei destini incrociati” o “Cantata dei giorni infami” sono storie di fantasmi, mentre i miei primi racconti di guerra, pur ambientati nel pieno del secondo conflitto mondiale, hanno spesso atmosfere sospese e fiabesche. Da parte loro, spesso i miei racconti fantastici sono anche troppo realistici e, certe volte, ammettono una doppia chiave di lettura. Insomma, mi piace sguazzare nelle cose in maniera fluida, senza pormi troppi limiti di genere.

 A te che riesci a scrivere di tutto, quali consigli daresti a un autore per superare il cosiddetto "blocco"?

Mettersi davanti al foglio bianco e non pensare troppo a quello che dovrebbe essere il risultato finale. Alle volte buttar giù solo due o tre righe e poi fermarsi lì. Anche un romanzo di ottocento pagine si scrive sempre una parola alla volta. Spesso è faticoso. Talvolta è doloroso. Ma con pazienza e tanta fatica, le cose prendono corpo. Bisogna solo imparare ad assecondarle.

Una domanda ormai banale, ma che è d'obbligo per una penna sempre in movimento: quali sono i tuoi progetti per il futuro?

 Sono terribilmente scaramantico, per cui difficilmente faccio anticipazioni su quanto sta per arrivare. Ci sono diverse cose nel cassetto che pare stiano per mettere le ali e per volarsene via. La più vicina è una nuova antologia di racconti, ma c’è anche un nuovo testo teatrale che sta muovendo passi importanti in giro, e potrebbe trovare presto casa.

Grazie ad Alessandro per questa bellissima chiaccherata, questo è il suo profilo dove potrete scoprire tutti i suoi contenuti e i suoi successi, incluso il link al libro menzionato nell'intervista:

Alessandro Izzi - Facebook


Per tutti voi appuntamento alla prossima intervista... 


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