Intervista ad Alessandro Izzi
Il ciclo di interviste prima dello stop di agosto si conclude con il dominatore della sezione Videopoesia al nostro concorso: Alessandro Izzi. Benvenuto fra noi e grazie per aver accettato il nostro invito.
Grazie a voi per l’invito e l’ospitalità in questo salotto letterario
La tua divulgazione dell'arte spazia dal teatro al cinema, alla letteratura, come si possono coniugare insieme tutte queste forme? E soprattutto come riesci tu a dedicarti ad esse? Lo fai contemporaneamente o hai delle fasi in cui in un periodo ti dedichi più ad una cosa che ad un'altra?
Domanda difficile. In linea di principio nasco come critico cinematografico. Per lungo tempo è stata questa la mia sola occupazione. Ho avuto la fortuna, appena completati gli studi universitari, di essere chiamato dal mio Prof. (Giovanni Spagnoletti) per entrare a far parte dell’avventura editoriale di Close-up (www.close-up.info). All’epoca (mi sono laureato nel 1998) le riviste on line erano autentica utopia. Divulgazione e informazione erano ancora veicolate esclusivamente dal cartaceo. Close-up era un mensile e ha cavalcato, tra alti e bassi, tutta l’evoluzione di Internet. Per me si è trattato di una palestra importante, una lunga gavetta che si è rivelata poi fondamentale per tutte le altre forme con cui mi sono confrontato, perché mi ha educato al rigore, alla precisione analitica, al cesello. Al dunque, comunque le varie forme di scrittura hanno per me tempi e sviluppi totalmente differenti. Se, infatti, riesco a buttar giù un pezzo di critica in un pomeriggio, tutto il resto chiede gestazioni diverse. Un atto unico, ad esempio, mi chiede un discreto lavoro di ricerca preliminare, un veloce periodo di scalettatura e una fase di stesura che deve essere di non oltre un mese. Da amante delle unità aristoteliche, ho bisogno di avere subito chiari scena e movimento dei personaggi, poi si può procedere a revisioni e dettagli. Insomma, una tempistica che oscilla tra i tre-quattro mesi e un anno. La narrativa, che ha meno vincoli concreti, dal momento che resta sulla pagina e non deve tradursi sul palcoscenico, chiede complessivamente meno tempo. La poesia, invece, per me ha periodi di gestazione infiniti e ci sono liriche cominciate tanto tempo fa che ancora non hanno trovato la loro sistemazione definitiva. Con queste premesse, è gioco forza che, se non voglio impazzire con le scadenze (che per alcuni scritti ci sono) non posso districarmi il lavoro in fasi. Quando un’idea è matura, la metto in cantiere e le dedico il tempo che posso. Nel frattempo, porto avanti altri progetti. Risultato è che mi capita di pubblicare anche due libri a ridosso di pochi mesi e poi sembro star fermo per anni. La realtà, invece, è che scrivo quando posso e cerco di cavalcare alla meglio le diverse onde.
Interessante ed esauriente risposta la tua. Hai avuto molto successo come autore teatrale, la tua ispirazione poetica parte da lì oppure, viceversa, è il tuo vivere la poesia che ti spinge anche nella realizzazione di testi?
La scrittura teatrale è la prima, in ordine temporale, ad affiancarsi alla critica. Fino a quel momento, non credevo di potermi cimentare in altre forme di scrittura. Il primo testo mi fu commissionato. Si tratta di La Valigia dei destini incrociati, messo poi in scena da Maurizio Stammati con la produzione del Teatro Bertolt Brecht di Formia. Rileggendo oggi il testo, mi accorgo dell’ingenuità (forse anche un po’ incoscienza) con cui ho affrontato la scrittura per la scena. Elementi pratici, come i tempi attoriali, li avevo immaginati come critico, ma non mi ci ero mai confrontato veramente. Comunque, “La valigia” per me è stato come aprire una fontana. Da lì ho cominciato a sentire che potevo creare qualcosa di mio. Ed è stato un successo oltre le aspettative, se si considera che lo spettacolo va in scena ancora oggi, nel periodo della Giornata della Memoria (è un testo sulla Shoah), che ormai sfiora le cento repliche in tutta Italia e che ha dieci anni, un’età davvero ragguardevole per produzioni di questo tipo. Merito senz’altro di Maurizio Stammati che continua a credere nelle sue possibilità.
Complimenti! Invece quando hai scritto "Di quel fiume di tramonto" immaginavi già come doveva essere il video, la musica e la voce (di Rodolfo) o l'ispirazione per la trasposizione è avvenuta dopo?
Dovrei prima di tutto pormi la domanda: quando ho scritto “Di quel fiume di tramonto”? Se guardo indietro, la prima idea da cui è venuta fuori la poesia, è, in realtà, una fotografia che scattai addirittura ai tempi dell’Università: raffigurava un anziano pescatore che gettava una rete da una piccola imbarcazione a remi, mentre il sole si rifletteva sulle increspature dell’acqua. Era mare, però, non fiume. E si era all’alba, non al tramonto. Quella foto l’ho tenuta appesa in camera per anni e, nel corso del tempo, deve aver agito nella mia coscienza come la goccia che piano piano scava la pietra. Pensando a questa immagine, ho scritto, quasi venti anni dopo, una lirica che aveva un motivo ispiratore che più nulla aveva a che fare con le ragioni che erano alla base della foto. Alla fine, inserii la lirica nella mia prima silloge pubblicata, Requiem dal buio e dal frastuono (Giovane Holden edizioni) e, devo ammettere che, all’interno del libro, in un nuovo contesto, divenne un’altra cosa ancora. Solo recentemente ho preso in considerazione di farne una videopoesia. Anche qui il caso ci ha messo lo zampino. Avevo, infatti, nell'hard disk, due diverse riprese di pescherecci. Due set di inquadrature realizzate in tempi diversi. Mi pareva che stessero bene insieme e che mi permettessero di ampliare l’orizzonte di significati della poesia. La lirica parla, infatti, della fine di un percorso. Di un tramonto, appunto. E delle difficoltà, per chi viene dopo, di raccogliere il testimone di chi ci ha preceduti. Le immagini ribaltano questo percorso lineare in un tempo ciclico: il peschereccio parte e fa ritorno. E possiamo scommetterci: lo ha fatto anche ieri e lo farà domani. In questo modo, la videopoesia è un testo “altro” rispetto alla lirica. Le immagini non si limitano a replicare quanto detto a parole, ma si pongono in contrappunto con esse in cerca di significati ulteriori.
Parlaci delle tue pubblicazioni, sillogi, rappresentazioni teatrali e cinematografiche e dicci quanto influisce in un artista il veder realizzate le proprie creazioni...
Per il teatro sono un autore molto tollerante. So bene che un regista, anche se si muove da ospite nel mio universo, deve spendere soldi e tempo per mettere in scena un testo. Come so che, se vuole fare un buon lavoro, deve ritagliarsi uno spazio di autonomia tra le mie parole. Ragion per cui non storco il naso se, qua e là, si cambia una battuta o si sposta un equilibrio. Mi piace anzi, vedere come i miei testi vengono interpretati, modificati, esplorati anche in direzioni altre rispetto a quelle che potevano essere le mie intenzioni. In fondo, anche con i libri, le interpretazioni dei lettori sono virtualmente infinite, anche se non tutte legittime.
Vista la tua formazione in ambito cinematografico ti chiedo: che differenza c'è per te tra realizzare un cortometraggio e una videopoesia?
Tra l’una e l’altra forma c’è un abisso di differenze. Un cortometraggio ha una sua grammatica, delle sue regole e un suo orizzonte produttivo e distributivo. La videopoesia parte da esigenze espressive diverse e segue uno sviluppo creativo ugualmente diverso. Se dovessi cercare qualcosa che gli assomigli, lo andrei a cercare nell’orizzonte di indagine degli artisti video che si sono affacciati alla ribalta a fine anni ’70 inizio anni ’80. Quelli che, per intenderci, compongono istallazioni artistiche ancora oggi, per i musei, anche se, nel corso del tempo, il loro linguaggio è cambiato tantissimo..
Hai scritto il soggetto e la sceneggiatura di Arturo e il gabbiano, cortometraggio di animazione in 3D che ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali... la tua ispirazione non ha limiti...
…ma ha bisogno di limiti. Se mi metti a scrivere qualcosa dandomi la libertà più totale, mi ritrovo a fissare la pagina bianca. Dimmi invece che ho solo quattro attori, che uno non parla e un altro zoppica a seguito di un’operazione e che tutto lo spettacolo si deve svolgere in un ascensore, ed ecco che la mia fantasia si accende e comincio a scrivere. L’avventura di Arturo, diretta da Luca Di Cecca che attualmente sta sviluppando un nuovo progetto comune, è stata magnifica. Ed era piena di limiti. Scrivere per l’animazione è come camminare in un campo minato in cui bisogna sempre confrontarsi con le possibilità del mezzo. Non tutto può essere disegnato. E non tutto ciò che è disegnabile e poi anche animabile…
Pubblicazioni e progetti per il futuro?
Requiem dal buio e dal frastuono è il mio primo e, per ora, unico libro di poesia. Ho completato, forse (il condizionale è d’obbligo) due sillogi dopo questa. La prima è “Canto della terra” che sta vincendo qua e là qualche premio e che forse è matura abbastanza per trovare un editore. La seconda è quella che forse non è ancora veramente finita per cui ne taccio scaramanticamente il titolo. Posso però dire che è un tentativo di conciliare un po’ tutte le mie diverse anime. Se viene come spero, dovrebbe essere una raccolta di poesie un po’ teatro e un po’ romanzo. Possibile? Chissà…
Grazie Alessandro per il tempo che ci hai dedicato e spero che in futuro tu possa contribuire con il tuo talento ai nostri contest.


Commenti
Posta un commento